Tra Oriente e Occidente, scorci sul mondo arabo
sabato, dicembre 4th, 2010Un mondo buio, ostile, cupo, retrogrado, maschilista e per alcuni anche violento.
È questo il modo in cui spesso noi occidentali ci raffiguriamo il mondo arabo, un mondo che non conosciamo e che, proprio perché ignoto, spesso ci spaventa e ci appare lontano, inafferrabile, opposto al nostro, quasi un mondo alla rovescia, senza civiltà e senza cultura.
Gli ultimi fatti di cronaca sembrano chiaramente avvalorare questa tesi: sanguinosi attentati contro simboli dell’Occidente, immigrazione clandestina, violenze familiari praticate dai padri contro figlie con l’unica colpa di voler vivere come noi, donne che rischiano l’impiccagione per adulterio.
Pare, per un attimo, di rivivere l’emozionante e affascinante storia raccontata da Khaled Hosseini in “Mille splendidi soli”, grande successo editoriale di qualche anno fa, in cui le protagoniste, Mariam e Laila, si trovano a dover affrontare la drammatica realtà di essere donne in un Afghanistan straziato da lotte intestine e ingerenze straniere, che fatica a ritrovare una propria identità.
Tutto, nel libro come nella realtà, sembra dare ragione a chi concepisce il mondo islamico come uno spazio oscuro e arretrato, immerso nelle tenebre dell’ignoranza, senza margini di progresso.
Risulta strano quindi scoprire che il Pakistan, ad esempio, già alla fine degli anni Ottanta avesse un primo ministro donna, Benazir Bhutto. O che nella religiosissima Arabia alcune delle principesse appartenenti alla stessa famiglia reale, quella dei Saud, che governa il paese, lottino con tutte le loro forze per ottenere la parità di genere. O che in Iran, dove impera il presidente ultra-conservatore Mahmud Ahmadinejad, ci sia un fermento all’interno della società così vivo e pressante da far invidia alle più moderne democrazie occidentali. Oppure ancora che in Egitto, grazie all’intervento di numerose associazioni locali e della stessa first lady, siano recentemente state messe fuori legge le mutilazioni genitali femminili e l’età per contrarre matrimonio sia stata innalzata dai 16 ai 18 anni. Per non parlare degli Stati del Golfo, Emirati Arabi, Qatar, Bahrein, dove la ricchezza portata dalla scoperta del petrolio ha proiettato la vita degli abitanti in un vortice di disarmante modernità.
E come non citare Shirin Ebadi, la cui lotta per affermare anche in Iran, suo paese d’origine, i diritti umani le è valsa il premio Nobel per la pace?
È mai possibile conciliare tutte queste sorprendenti realtà con la nostra visione del mondo arabo? O non è forse questa nostra visione ad essere distorta ed eccessivamente superficiale?
Una visione d’insieme che spesso non tiene conto della varietà e della complessità di quel mondo, che racchiude idee diverse, differenti tradizioni, costumi, modi di vivere, esattamente come il nostro.
Ci sono Stati in cui è repressa ogni forma di dissenso ed altri basati sulla democrazia, Stati in cui le donne non possono neppure guidare, come in Arabia, ed altri in cui fanno addirittura parte del Governo, Stati che faticano a liberarsi del fondamentalismo ed altri, come la Turchia, che si affacciano persino sul panorama dell’Unione Europea.
Tutto quindi fuorché un mondo monolitico, statico e ancorato al passato.
Tuttavia, se oggi da un lato in molti paesi arabi, specie in quelli più ricchi e legati a grandi potenze occidentali come gli Stati Uniti, si assiste ad un imperante desiderio di “occidentalizzazione”, dall’altro molti studiosi, attivisti e politici islamici puntano piuttosto ad una modernità che però non prescinda dai valori della propria cultura e della propria religione.
Del resto, possiamo riscontrare lo stesso fenomeno anche in Italia, osservando le persone immigrate nel nostro Paese che non rinunciano alla propria identità e chiedono di poter mantenere in vita e praticare i propri principi e valori, ovviamente nel rispetto delle nostre leggi.
L’integrazione passa anche da qui, dal riconoscere, rispettare e valorizzare una cultura diversa dalla nostra ma altrettanto meritevole di tutela e apprezzamento, per non rischiare che il rinchiudersi nelle proprie credenze e il trincerarsi dietro i propri valori portino all’isolamento e forse anche al conflitto. Per non rischiare che la paura nei confronti degli attacchi di una minoranza fondamentalista ci impedisca di relazionarci con una maggioranza moderata e del tutto pacifica, perché, se così facessimo, perderemmo davvero una grande ricchezza.
Francesca Realini

