Riporto di seguito una interessante intervista fatta al Prof.Massimo Filippini, Direttore dell’Istituto di Microeconomia e Economia Pubblica presso l’Università della Svizzera italiana e membro della direzione del Centre for Energy Policy and Economics del Politecnico federale di Zurigo, riguardo l’interessante tema dell’energia nucleare.
Anche se il Professore opera in Svizzera e chiaramente si riferisce alla situazione particolare della vicina Confederazione, credo che comunque faccia un discorso interessante che può benissimo essere applicato anche al caso italiano…
In sempre più nazioni, e anche in Svizzera, si parla di un ritorno al nucleare. I problemi “tecnici” sono stati tutti risolti?
Il recupero di credibilità del nucleare nella società civile e presso gli investitori potrà essere ottenuto solamente dopo aver risolto in modo soddisfacente alcuni problemi di natura sia tecnica che economica. Da un punto di vista tecnico abbiamo:
a) il problema del trattamento, dello smaltimento e dello stoccaggio definitivo delle scorie radioattive. Si tratta di evitare di trasferire alle generazioni future o ad altri paesi i rifiuti e i problemi del nostro benessere. Finora, a livello svizzero, non sono ancora state trovate delle soluzioni approvate pure dai cittadini “ospitanti”;
b) il problema della sicurezza del funzionamento degli impianti. È sicuramente minore negli impianti nucleari di nuova generazione, ma è pur sempre presente;
c) il problema della sicurezza degli impianti rispetto ad azioni terroristiche;
d) il problema, anche se marginale per la Svizzera, dell’uso dei materiali radioattivi per la preparazione di armi nucleari.
La soluzione di tutti questi problemi non è facile e richiede comunque tempi lunghi. Inoltre, non bisogna dimenticare che il nucleare è una fonte di energia non rinnovabile e quindi il suo uso è limitato nel tempo.
Il nucleare è economicamente più interessante rispetto alle altre fonti energetiche?
Da un punto di vista economico non è affatto scontato che l’energia elettrica prodotta da centrali nucleari sia molto competitiva. Due recenti studi scientifici (MIT di Boston e Cambridge University) mettono in discussione l’alta competitività del nucleare. In particolare, la competitività del nucleare dipende dai seguenti fattori:
a) dalle ipotesi utilizzate nella stima dei costi aziendali di produzione. In particolare, si pensa alle assunzioni riguardanti l’ammontare dell’investimento iniziale per kW, il valore del tasso d’interesse e le ore di funzionamento annuali da considerare nel calcolo d’investimento;
b) dalla definizione nell’ambito dell’assicurazione responsabilità civile della somma da assicurare per la copertura dei danni provocati da un grave incidente nucleare. Questa somma è attualmente piuttosto bassa e difficilmente sufficiente per coprire i danni determinati da un grave incidente;
c) dall’ipotesi riguardante il valore dei costi sociali, vale a dire quei costi ambientali e sanitari che non sono coperti da chi li produce ma da tutta la società. In queste situazioni i prezzi dell’energia elettrica non rispecchiano tutti i costi, vale a dire che il mercato non garantisce l’applicazione del principio della verità dei costi e del principio di chi inquina paga;
d) dall’ipotesi riguardante il futuro comportamento dei consumatori. Un paio di analisi empiriche hanno mostrato che una parte dei consumatori sono disposti a pagare un prezzo più alto pur di evitare il consumo di elettricità prodotto da centrali nucleari.
e) In generale, la deregolamentazione del mercato elettrico ha introdotto incertezza sull’evoluzione futura dei prezzi. Questa incertezza ha fatto aumentare il grado di rischio finanziario degli investimenti in tecnologie di produzione come quella nucleare, caratterizzati da forti investimenti iniziali e lunghi cicli di vita produttiva. Il nucleare rimane un’opzione da considerare attentamente anche in futuro. In ogni caso, prima di lanciarsi nella costruzione di nuove centrali nucleari sarebbe opportuno promuovere a livello svizzero studi interdisciplinari in grado di chiarire i problemi sopraelencati.
SABATO 26 Luglio, alle ore 21 presso il Centro Congressi Medioevo di Olgiate Comasco ( ingresso libero)
CHORUS BAND, anni ‘60, ‘70, ‘80 ……. brani pop, rock, gospel ” a cappella ”
La CHORUS BAND si può definire un’ ORCHESTRA VOCALE “a cappella” che “canta ” e “suona”, riproducendo, con la sola voce, sia la melodia che gli accompagnamenti strumentali.
L’organico della Chorus Band, formato da 9 elementi, vede alternarsi ben 7 solisti, con accompagnamento di sezione armonica, sezione ritmica, basso e batteria, tutti rigorosamente a cappella.
E’ una formula che riscuote ovunque un notevole successo e garantisce un sicuro, piacevole, intrigante e coinvolgente spettacolo.
Il vasto repertorio, con gli arrangiamenti del suo direttore, Mario Marelli, spazia sui generi ragtime, jazz, pop, rock, gospel, da Joplin a Gershwin e fino ai nostri giorni, attraversando gli anni ‘60 ‘70 ‘80 … i Beatles, i Blues Brothers, Freddy Mercury, ecc…
Il suo target si rivolge a tutte le età: dai bambini ai giovani, dagli adulti agli anziani, divertendo, sorprendendo e meravigliando tutti.
Altre informazioni sul sito della Pro Loco Olgiatese, http://www.prolocolgiate.it/assessoratoallaculturaolgiate.html
La Pro Loco Olgiatese, approfittando dell’occasione, Augura a tutti Buone Vacanze.
Il Presidente Pro Loco Olgiatese,
Simone Moretti
www.prolocolgiate.it
L’Associazione Culturale La Fucina desidera ringraziare tutti per la grande partecipazione al concerto di settimana scorsa e vi invita al nostro nuovo appuntamento.
Venerdì 25 luglio 2008 dalle ore 19.00 saranno infatti disponibili salamelle, patatine, arrosticini, vino e birra per tutti. Alle ore 21.00 è invece previsto l’inizio del concerto di Gina e Pier, musica anni ‘70 e ‘80 ballo liscio e latino…
Come sempre la festa avrà luogo presso il Parco Adelsdorf ad Uggiate-Trevano (vicino alla palestra e di fronte alla cooperativa). Partecipate numerosi e diffondete l’invito!
Settanta anni fa e più esattamente il 15 luglio 1938 venne pubblicato sul “Giornale d’Italia” un articolo anonimo intitolato: Il fascismo ed il problema della razza. Tale articolo venne anche pubblicato il 5 agosto 1938 sul numero uno della rivista “La difesa della razza” e costituì uno dei documenti fondamentali che diedero vita alle leggi razziali varate dal regime fascista.
« Il ministro segretario del partito ha ricevuto, il 26 luglio XVI, un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane, che hanno, sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare, redatto o aderito, alle proposizioni che fissano le basi del razzismo fascista.
1. LE RAZZE UMANE ESISTONO. La esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti.
2. ESISTONO GRANDI RAZZE E PICCOLE RAZZE. Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, la esistenza delle quali è una verità evidente.
3. IL CONCETTO DI RAZZA È CONCETTO PURAMENTE BIOLOGICO. Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza. Se gli Italiani sono differenti dai Francesi, dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti, che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine, che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze.
4. LA POPOLAZIONE DELL’ITALIA ATTUALE È NELLA MAGGIORANZA DI ORIGINE ARIANA E LA SUA CIVILTÀ ARIANA. Questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola; ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. L’origine degli Italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell’Europa.
5. È UNA LEGGENDA L’APPORTO DI MASSE INGENTI DI UOMINI IN TEMPI STORICI. Dopo l’invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l’Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro milioni d’Italiani di oggi rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano l’Italia da almeno un millennio.
6. ESISTE ORMAI UNA PURA “RAZZA ITALIANA”. Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.
7. È TEMPO CHE GLI ITALIANI SI PROCLAMINO FRANCAMENTE RAZZISTI. Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l’italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.
8. È NECESSARIO FARE UNA NETTA DISTINZIONE FRA I MEDITERRANEI D’EUROPA (OCCIDENTALI) DA UNA PARTE E GLI ORIENTALI E GLI AFRICANI DALL’ALTRA. Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l’origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.
9. GLI EBREI NON APPARTENGONO ALLA RAZZA ITALIANA. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l’occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all’infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani.
10. I CARATTERI FISICI E PSICOLOGICI PURAMENTE EUROPEI DEGLI ITALIANI NON DEVONO ESSERE ALTERATI IN NESSUN MODO. L’unione è ammissibile solo nell’ambito delle razze europee, nel quale caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono ad un ceppo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi altri. Il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani. »
70 anni dopo queste affermazioni pseudoscientifiche e razziste non possono non essere deprecate, ma ciò che è importante è ricordarsi che sono state scritte e sostenute da un intero regime… E’ fondamentale dunque avere coscienza che su alcuni temi universali (l’uguaglianza, la tolleranza, le libertà personali etc…) l’indifferenza (come sostiente Brecht in una sua famosa frase) è un sostanziale via libera. Come nel salto in alto l’asticella viene sempre alzata un po’ alla volta sino a quando inevitabilmente ci si accorge di non poterla oltrepassare, ma in questo caso sarebbe ormai troppo tardi…
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare.
Bertolt Brecht
I Gruppi di Acquisto Solidale (GAS) sono gruppi di acquisto che partono un approccio critico al consumo e che vogliono applicare il principio di equità e solidarietà ai propri acquisti. I criteri che guidano la scelta dei fornitori (pur differenti da gruppo a gruppo) in genere sono all’insegna della qualità del prodotto, dell’impatto ambientale totale (prodotti locali, alimenti da agricoltura biologica od equivalenti, imballaggi a rendere)
I principi di equità e solidarietà si estendono:
* ai membri del GAS;
* ai produttori e loro lavoratori;
* ai popoli del sud del mondo;
* al rispetto dell’ambiente.
Nel vasto panorama dei GAS si trovano associazioni riconosciute, associazioni non riconosciute (fra cui numerosi sono i gruppi informali), cooperative del settore (botteghe del mondo) che trovano in questa forma un modo intelligente per acquistare quei prodotti che servono ai soci. La storia dei Gruppi di Acquisto inizia nel 1994 a Fidenza e prosegue nel 1996 quando viene pubblicata la “Guida al Consumo Critico” dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo, dove vengono rilasciate informazioni sul comportamento delle imprese più importanti al fine di guidare la scelta del consumatore. Nel 1997 nasce la rete di gruppi d’acquisto. Il 5 novembre 2007 la Commissione di Bilancio del Senato ha approvato un emendamento alla legge finanziaria relativo agli aspetti fiscali dei GAS, che chiarisce il fatto che si tratta di attività di acquisto e distribuzione agli aderenti svolta dai GAS costituisce attività “non commerciale”. Per una maggior completezza di informazione riportiamo i testi sopra citati:
Emendamento Approvato. Art 5
Comma 47 bis Sono definiti “gruppi di acquisto solidale i soggetti associativi senza scopo di lucro costituiti al fine di svolgere attività di acquisto collettivo di beni e distribuzione dei medesimi, senza applicazione di alcun ricarico esclusivamente agli aderenti, con finalità etiche, di solidarietà sociale e di sostenibilità ambientale in diretta attuazione degli scopi istituzionali con finalità etiche e con esclusione di attività di somministrazione e vendita.
Comma 47 ter Le attività svolte dai soggetti di cui al comma 47 bis, limitatamente a quelle rivolte verso gli aderenti, non si considerano commerciali ai fini della applicazione del regime di imposta di cui al decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972 n 633, ferme restando le disposizioni di cui all’art 4, settimo periodo del medesimo decreto, e ai fini dell’applicazione del regime d’imposta di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986 n 917.
Benvenuti a Nowhere
Claudio Visentin
Il viaggio si distingue da un’esperienza turistica soprattutto per lo spazio lasciato all’imprevisto. Nel viaggio si segue un programma di massima, si mantengono aperte a lungo diverse possibilità, si compiono deviazioni, si corre il rischio di qualche disavventura. Nel turismo invece il programma è più vincolante, e anche se si proclama «turismo d’avventura», resta sempre un’esperienza protetta, sicura, dove l’imprevisto è considerato un sinonimo di errore, qualcosa che non deve succedere. Turismo insomma è sapere dove si è. Per questo il turismo può produrre semmai i tanto vituperati «non luoghi», secondo la fortunata espressione coniata dal sociologo Marc Augé, ovvero luoghi puramente funzionali, anonimi, senza storia e senza identità, come i grandi aeroporti internazionali, o i villaggi vacanza. Solo in viaggio possiamo invece trovarci d’improvviso a Nowhere . Nowhere può essere ovunque, è al tempo stesso un luogo, una situazione e uno stato d’animo di disorientamento. Nowhere prende forma davanti a noi quando scopriamo che non siamo dove credevamo di essere, quando perdiamo tutte le coordinate geografiche, temporali e psicologiche e ci guardiamo attorno perplessi: « Cosa ci faccio qui? ».
A questo tema Lonely Planet/ EDT ha dedicato un’antologia – «Tales from Nowhere » è appunto il titolo originale – che raccoglie i racconti di trentuno famosi scrittori di viaggio, tra cui Rolf Potts, Pico Iyer, Danny Wallace e altri. Anche i luoghi sono i più vari, vicini o lontani, familiari o esotici, in tutti i continenti. A dire il vero non tutti i racconti sembrano rispettare esattamente il tema assegnato, ma forse era inevitabile, considerato l’argomento: si sarà perso anche il curatore, dentro la sua antologia… Inoltre, come sempre accade in libri di questo genere, i racconti sono disuguali per qualità, ma alcuni sono davvero interessanti.
Per esempio Don Meredith, durante un viaggio in Kenya, incontra un amico meccanico, e si lascia convincere a seguirlo sul suo carro attrezzi fino a un posto chiamato Ngobit, dove deve riparare un minibus guasto. Mentre attende che l’amico finisca il suo lavoro in questo piccolo villaggio africano, di cui ignorava l’esistenza sino a poche ore prima, Don familiarizza con gli abitanti, e si ritrova a bere birra calda e a discutere con loro se Shakespeare sia mai esistito. Un’avventura simile accade a Karla Zimmerman, quando l’autobus su cui viaggia ha un incidente in una remota zona collinare del Vietnam, e si trova coinvolta nella vita cordiale di un piccolo agglomerato di case senza negozi né telefono, che sorge a una curva qualunque della strada: un luogo che sarebbe stato soltanto una fuggevole impressione dal finestrino. Conor Grennan invece viaggia in bicicletta in Sri Lanka, senza sapere che è nel pieno della stagione delle piogge. Oltretutto si perde, e nel mezzo di un diluvio irrompe a tutta velocità dentro un negozio sperduto nella foresta, dove l’unico cibo disponibile sono… delle torte di compleanno al cioccolato, ma così buone da non poterci credere: le torte più buone di tutto lo Sri Lanka. Infine Judy Tierney, che viaggia con una rigida tabella di marcia, rimane bloccata in un’improbabile locanda in una località di passaggio, a Chitimba, in Malawi. Mentre attende inutilmente un mezzo di trasporto che non arriverà mai, impara il significato profondo delle parole « poli, poli» (nella lingua locale « niente fretta, niente fretta»): la sola massima indispensabile in un continente dove con la fretta non si va da nessuna parte, e dove niente marcia secondo un orario prefissato.
Sono storie ed esperienze diverse, a volte tristi e tragiche, a volte sorprendenti e gioiose. In tutti i casi, superato lo smarrimento iniziale, si stabiliscono pian piano i nuovi punti di riferimento, e si finisce spesso per scoprire che il posto dove siamo capitati, contro ogni probabilità, ha qualcosa da dirci. Nowhere non è alla fine di una strada chiusa, semmai è un incrocio tra strade diverse: rivela connessioni, soluzioni, nuove prospettive, altre vite. Vite che, chissà, avrebbero potuto essere anche le nostre, se solo tanto tempo fa avessimo detto altre parole, per esempio sì invece di no, e fatto altre scelte. In fondo quello che per noi è Nowhere , per altri è un luogo familiare, quotidiano, la loro casa. Per un momento proviamo così l’esperienza di essere il pezzo di un altro puzzle, diverso da quello cui abitualmente apparteniamo.
Nowhereinsegna che il mondo è pieno di sorprese, se sappiamo abbandonarci ad esso, e se sappiamo coltivare le qualità necessarie per viverci pienamente: umiltà, curiosità, coraggio, senso dell’umorismo, tolleranza, comprensione, compassione. Nowhere è anche intorno a noi, ma spesso non ce ne accorgiamo, perché per scoprirlo dobbiamo imparare a guardare con occhi diversi. È il filo conduttore del racconto più sorprendente, quello di Jason Elliot. Sulla via del ritorno dal Medio Oriente, Jason accetta l’invito di un amico, e si ferma in una grande capitale dove mondo arabo e africano s’incontrano. Si dirige verso il quartiere dove vive l’amico, con un crescente senso di disagio: è una zona dove la polizia non si azzarda a entrare, e gli abitanti se ne vantano. Qui nessuno parla inglese, si vedono uomini col turbante e donne velate. Da vecchi edifici in mattoni si affacciano negozi con insegne in caratteri arabi, dai quali si sprigionano odori di kebab e di tutte le altre cucine d’oriente. Quando si ferma a comprare della carne, il macellaio musulmano gli parla di giovani partiti per una guerra lontana e impopolare, di attentati suicidi in centro, di incertezza politica e di crisi economica. Finalmente, con passo sempre più affrettato, Jason raggiunge la casa dell’amico, dove può rasserenarsi tra volti familiari, si affaccia alla finestra e vede all’orizzonte… il Big Ben.
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