17 Aprile 2008
Sì alle iniezioni letali negli Usa
Letto 638 volte - Inviato da Francesca categoria: Articoli e riflessioni .
NEW YORK - La Corte suprema degli Stati Uniti a grandissima maggioranza ha confermato l’uso delle iniezioni letali per le esecuzioni, bocciando il ricorso contro il cocktail di tre farmaci utilizzato nella maggior parte delle esecuzioni negli ultimi 30 anni.
La decisione è stata presa con sette voti a favore e due contrari e permette la ripresa delle esecuzioni capitali negli Usa sospese in attesa della sentenza. La Corte ha respinto il ricorso inoltrato da due condannati a morte del Kentucky, secondo i quali il cocktail utilizzato nelle esecuzioni sarebbe contrario alla Costituzione, che proibisce qualsiasi punizione “inusuale e crudele” per i detenuti.
Da sei mesi negli Stati Uniti non si eseguono condanne a morte. E’ la sospensione più lunga dal 1982 ed è, inoltre, coincisa con la moratoria universale sulla pena di morte approvata a dicembre dall’Assemblea generale dell’Onu, anche se gli Usa hanno già fatto sapere che non vi si atterranno. L’ultima esecuzione risale al 25 settembre quando un cocktail di veleni fu iniettato nel braccio di Michael Richard, 48 anni, condannato in Texas per aver stuprato e assassinato una giovane donna. Alcune ore prima dell’esecuzione la Corte suprema federale aveva annunciato di voler esaminare la legalità del metodo.
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Davide Says:
17 Aprile 2008 at 20:05.
La discussione sulla pena di morte è affascinante, in quanto solleva almeno due questioni. La prima: ponendo il caso della certezza del fatto e ponendo che il fatto sia agli occhi della società di una tale efferatezza da essere incopatibile con essa, non è forse l’espulsione dell’individuo la pena più logica? Espulsione che nella società senza confini prevede inevitabilmente l’uccisione. D’altro canto, quale altro mandante se non l’intera comunità può passare inpunito? Rene Girard (filosofo e antropologo fraces) ha passato molto tempo a studiare il funzionamento della giustizia per concludere in maniera sicuramente discutibile, ma interessante, che la giustizia per quanto tenti di elevarsi rimane pur sempre vendetta. Sostiene Girard che lo stato ha il compito di bloccare l’inevitabile spirale di vendetta che qualunque atto usurpante provoca, lo stato è un grande vendicatore che agisce secondo una “morale comune” ma che agendo in proporzione all’azione scatenante illegittima la risposta al torto dell’offeso. Quindi, se le premesse sono quelle inazialmente riportate, qual è il limite per cui lo stato dimezza la reale portata della vendetta comunitaria?
Lo fanno indubbiamente la cultura e i valori e qui sarebbe facile citare Beccaria, ma ancor di più i principi su cui si fonda la cultura costituzionale europea. L’unica cosa che non si può fare è citare il fatto che la pena di morte non è un disincentivo, perchè qui non si parla di opportunità, ma di sete di vendetta che elegantemente viene definità sete di giustizia.
Tutto quello che abbiamo sopra definito (da Beccaria alla costituzione) pone la seconda questione: se è vero che è giustificabile e comprensibile il rifiuto dell’ “Europa” di non accettare la pena capitale, come ci possiamo porre rispetto a quella parte del mondo con una cultura così diversa dalla nostra? Quindi, inevitabilmente, dobbiamo chiederci: i valori fondanti della società occindentale sono di per se UNIVERSALI? Chi crede e sostiene ciò, parla oggi di Scontro di Civiltà, è il caso della amministrazione americana, ma anche, per stare un po’ più in alto, di un fondatore delle scienze sociali moderne come Hungtinton. Questo meriterebbe serate di discussione, ma torniamo al nostro punto, se accettiamo la nostra come una morale “imperfetta” la pena di morte negli altri stati non può che colpirci come uomini, ma è del tutto comprensibile, se invece crediamo che esistano dei valori universali, non siamo obbligatoriamente convinti che dobbiamo fare la guerra un giorno si e l’altro pure, ma certo si crea un problema di metodo e logica. Perchè mai considerare come problema primario l’uccisione di assassini pedofili stupratori (certo alcune volte anche poveri innocenti) mentre la disuguaglianza tra uomo e donna e considerata culturale o mentre si può ancora chiedere ad interi popoli di non utilizzare il preservativo in nome di una religione, condannando alla morte milioni di persone e tutto ciò è considerato legittimo in nome una cultura?
I miei sono spunti non certo posizioni ma su cio sarebbe interessante discutere.
lucio Says:
18 Aprile 2008 at 09:34.
La giustizia può avere due linee guida: la vendetta o la redenzione, nel primo caso si pone l’obiettivo di vendicare un torto subito da un cittadino dello stato e, dunque, si comporta come se lo stato assumesse sopra di se una faida personale. Nel secondo caso invece si pone il compito di “redimere” il colpevole, ovvero di fargli interiorizzare le regole della società. Entrambe le posizioni sono estremizzate e utopiche e, oltretutto, entrambe abbastanza inquietante: la prima ricorda un po’ troppo il leviatano, la seconda ricorda un po’ troppo la concezione di stato etico. Al giorno di oggi, a prescindere dalle linee base di ogni legislazione (che può essere punitiva o, come in Italia, rieducativa) la giustizia assolve al solo scopo, molto pratico, di eliminare gli elementi di disturbo della società civile: in questo caso la pena di morte, se corredata dalla certezza della colpa, potrebbe anche essere accettabile. Si pone però una domanda sulla natura dello stato: se lo stato fra i suoi poteri ha anche quello di disporre della vita dei suoi cittadini, anche se solo a certe condizioni, cos’altro può fare? E da dove gli arriva il diritto di disporre del bene supremo di ogni cittadino?
La discussione sui valori invece andrebbe rivista, passando dall’ottica generale, quella dei popoli, a quella del singolo: siccome con la pena di morte si commette violenza da qualcuno a qualcun altro non si dovrebbe poter parlare di un norma culturale. Il suicidio in Giappone o tra gli antichi Romani, per esempio, è una norma culturale perchè è un atto consenziente ma la pena di morte, in realtà, difficilmente trova il consenso anche del condannato. Magari una volta era diverso, ne Il rosso e il nero di Stendhal, a un certo punto, un personaggio viene condannato a morte, l’autore ci descrive il suo stato d’animo ma nemmeno una volta ci descrive un pensiero sull’ingiustizia della condanna a morte.
Pur essendo personalmente contro la condanna a morte, però, anch’io mi interrogo sull’opportunità di “costringere” altri stati a seguire il mio pensiero: in fin dei conti la storia dimostra che a imporre le proprie idee, anche quelle giuste come nel 1800, non si ricava nulla di buono.
Davide Says:
18 Aprile 2008 at 11:02.
carissimo,
nel mio precedente post non mettevo in discussione le concezioni di giustizia ( volendo potremmo aggiungerne altre al tue elenco ), ma mettevo in discussione la loro interezza. Pensa, ad una struttura su due livelli: sopra abbiamo quello che tu hai descritto, degne costruzioni culturali che portano a sistemi sociali, politici differenti.
La comunanza sta nel fine ultimo ( o primo che dir si voglia ), in esso aleggia la struttura inferiore che è basilare per reggere la comunità.
Questa è il monopolio della forza, di fronte a un atto usurpante l’individuo ferito non accetta il monopolio in virtù della struttura superiore ma perchè sa che la propria vendetta sarà consumata da esso in nome della comunità.
Per chiarire riprovo a citare Girard, che è certo più chiaro di me: pensa ad una società di 10 persone l’uomo x ruba una pecora a y , y non sa a chi rivolgersi perciò ruba 2 pecore a x , x allora accoltella la figlia di y … e così via ti lascio intuire come finirebbe , pensiamo invece se y andasse da xy che detiene il potere egli deciderebbe che x deve restituire il maltolto e deve pagare un’ammenda di 10 uova per aver rubato la pecora.
Il ruolo di xy è bloccare la spirale, ma come fa ? Attua una vendetta ( 10 uova ) che agli occhi di chi gli riconosce il potere è giusta ( senso di giustizia ). Poco importa ( per il nostro ragionamento sia ben inteso ) se dopo le 10 uova abbia obbligato x a fare 10 sedute di educazione civica o lo abbia isolato e minacciato di esiliarlo. E’ invece importante che ogni comportamento di y ora è illegittimo.
Rendiamo pratico e attuale il nostro ragionamento : pensiamo all’ “emergenza sicurezza” sappiamo che i reati non sono aumentati, sappiamo che gli immigrati regolari commettono crimini meno degli italiani eppure lo stato vive una drammatica crisi di leggitimità derivante dalla percezione di insicurezza dei cittadini. Naturalmente è facile dire che è l’effetto mediatico ed in parte è vero. I media hanno però bisogno di una base di vita reale a cui ancorare le loro campagne ed è stato facile trovarla nella crisi della giustizia. Le urla dei parenti di vittime i cui carnefici ricevono pene inadeguate, i casi di vita comune dove il conoscente di paese la faceva sempre franca, il chiedersi sempre più spesso se non fosse necessario farsi giustizia da soli, tutto questo è stata quella base, e non ha caso ho citato casi di persone terzi, perchè che caio abbia tirato un sasso a tizio potrebbe anche non interessarci, ma il fatto che la pena ( vendetta ) sia inadeguata crea in noi un senso di sfiducia per il potere .
Tornando all’esempio della piccola società se il capo xy si fosse limitato a far riconsegnare la pecora, la spirale non sarebbe finita perchè per il senso comune di vendetta ( giustizia ) ciò non è sufficiente quindi y poteva vendicarsi.
Tutto questo ragionamento risponde alla tua domanda sui limiti dello stato che sono costituiti solo del potere costituente, ma di esso è titolare il popolo perciò ripeto: quale miglior mandante se non la comunità stessa.
Per quanto riguarda i valori ho paura che non mi sono spiegato bene, i valori di cui io parlo sono quelli che costituiscono la morale condivisa e che perciò orientano la legittima vendetta dello stato perciò la volontà o le credenze del singolo non contano a meno che riesca a creare un ampio movimento di opinione che cambi la morale condivisa. Inevitabilmente per la nostra morale è inaccettabile uccidere un uomo attraverso un processo ma rimane la domanda sull’universalità dei nostri valori.
lucio Says:
18 Aprile 2008 at 13:09.
Il monopolio della forza lo stato lo esercita garantendo al cittadino che, in cambio della sua rinuncia alla forza personale, prenderà su di se la difesa del cittadino stesso. Un principio che garantisce anche la sopravvivenza della società stessa: come dici tu, senza la giustizia si finirebbe in una spirale di violenza. Ma non solo senza giustizia, anche senza leggi condivise ed per questo che parlavo di giustizia vendicativa o redentiva. La prima presuppone che, dopo aver rubato si paghi un multa, la seconda invece che dopo aver rubato si impari che non bisogna farlo più. Possiamo distinguerle anche facendo un paragone in ambito cristiano: c’è la giustizia degli uomini, che presuppone la multa, e la giustizia di Dio, che invece presuppone la comprensione del peccato e la richiesta di perdono.
Perfettamente d’accordo sull’emergenza sicurezza: sui dati non saprei come leggerli, soprattutto quelli forniti dal ministero, ma la percezione del problema sta aumentando a dismisura e credo che non sia tanto per l’aumento dei crimini, quanto piuttosto del logoramento, da parte dello stato, del proprio monopolio della forza. Si avverte non tanto che i crimini aumentino, per quanto non siano certo pochi, quanto piuttosto che lo stato non sia in grado di contrastarli efficacemente, ovvero che la propria quota di forza e sovranità (in senso lato) affidata allo stato non è usata adeguatamente. Dunque ci si sente autorizzati a riprendersele e a utilizzarle in un altro modo, le ronde per esempio. Tutto questo per dire che comunità e stato sono interdipendenti, se una si rafforza a scapito dell’altro sorgono problemi seri di ordine sociale. Rifuggo poi la concezione della comunità come di mandate perchè la colpa collettiva è un concetto piuttosto labile, una comunità non può essere mandante di nulla. Al limite ispiratrice, ma c’è sempre una e una sola persona che compie una determinata azione. Che poi sia mettere una bomba a aiutare una vecchietta ad attraversare la strada è un altro discorso.
Sui valori ora ho capito, in quanto generatori di credenze e quindi di abiti mentali è vero, non sono universali, se non all’interno della comunità in cui agiscono; e non tengono conto della volontà del singolo. In questo senso allora è giusto discutere: imporre i nostri valori per salvare la vita di alcune persone, poiché per noi la pena di morte è inaccettabile, è un abuso o un atto conforme alla nostra morale?
Alessandro Picchi Says:
21 Aprile 2008 at 13:09.
Gulp! Sob! Io mi arrendo di fronte a tante e tali riflessioni! (e dopo ci si chiede perchè le elezioni siano andate come sono andate…). Cose da pazzi, cari Lucio e Davide!
Parlando lingue diverse proprio non è possibile intendersi…
lucio Says:
21 Aprile 2008 at 16:23.
Eh, lo so che sembrano discussioni astratte o surreali, ma è da queste discussioni che nascono poi i comportamenti delle persone, anche se non lo sanno. Chi avrebbe mai detto che dalle farneticazioni di Hegel sarebbe uscito qualcosa? (senza voler fare paragoni…)
Sulle elezioni invece ti do ragione: per saper rispondere bisogna conoscere le domande, magari evitando di ragionare sul nulla per mesi e ascoltando di più. va bene riflettere, ma almeno che lo si faccia su qualcosa;-) ovviamente questa discussione però non centra visto che qua non facciamo campagna elettorale. Ma è un discorso da approfondire.
Non capisco però l’affermazione sulle lingue, capisco che sia un discorso magari un po’ astruso ma non mi sembrava così incomprensibile.
Davide Says:
21 Aprile 2008 at 17:50.
Carissimo Alessandro,
in un libro stupendo dal titolo ” la banalità del male ” una filosofa americana, ma di origini ebreo-tedesche, Hannah Arendt, scrisse a proposito di Eichmann che egli era un uomo normale, né buono né cattivo, il vicino di casa, un uomo comune caratterizzato dalla propria mediocrità e superficialità, un attento e preciso organizzatore, rispettoso dei comandi che gli venivano dati, una persona che non si chiedeva mai il perchè, non indagava la realtà.
Questo è un atteggiamento comune, di per sè non ha nulla di sbagliato, ma alcune volte, convogliato da pensieri che legittimano i peggiori istinti dell’uomo, diventa pericoloso. Ad esempio: quando non si ha nulla da obiettare nel momento in cui un uomo disinfetta i treni dove stanno sedute persone di colore, quando una persona parla di un pluriomicida come di eroe. Oltretutto provoca come effetto l’incapacità di tollerare la discussione di altri così che non si distingue più tra un bassissimo scambio opinioni (dettate appunto da curiosità) ed un discorso politico, o si provoca per il piacere dello scontro.
Carissimo Alessandro, credo che esistano momenti in cui parlare, intromettersi, polemizzare, discutere e anche litigare e momenti in cui invece è meglio, se non si ha nulla da dire, tacere.
Così, per la cronaca, la riflessione sull’universalità dei valori è frutto di una serata di piacevole discussione con un amico che vota lega e si discuteva del velo come simbolo di costrizione della donna.
Alessandro Picchi Says:
22 Aprile 2008 at 13:10.
Eichmann… Borghezio… Ribadisco: davvero pazzesco. Ribadisco: parliamo davvero lingue diverse. E mi fermo qua visto che (come il saggio ha deciso) non ho nulla da dire e devo tacere.
lucio Says:
22 Aprile 2008 at 15:34.
Ehi, calma. Qua solo io posso mettere a tacere qualcuno^^
In questa discussione si può esprimere tranquillamente il proprio pensiero, ma una cosa che pregherei si evitasse di fare è fare affermazioni senza spiegarle, perché genera confusione, e lanciare sottintesi e paragoni vari, che poi ci si innervosisce tutti.
Qua si sta parlando della pena di morte e della moratoria sulla pena di morte. Io e Davide abbiamo già espresso i nostri pensieri (in maniera peraltro abbastanza prolissa, ci fanno notare) se ha voglia, magari Alessandro, o chiunque altro, può dirci cosa ne pensa dell’argomento. vi assicuro che non è affatto facile parlarne senza dilungarsi molto, lo so per esperienza come, del resto, potete vedere sopra.
lucio
Davide Says:
22 Aprile 2008 at 17:49.
HAI RAGIONE, PARLIAMO LINGUE DIVERSE è QUINDI MIO COMPITO TRADURRE:
“in un libro stupendo dal titolo ” la banalità del male ” una filosofa americana, ma di origini ebreo-tedesche, Hannah Arendt, scrisse a proposito di Eichmann che egli era un uomo normale, né buono né cattivo, il vicino di casa, un uomo comune caratterizzato dalla propria mediocrità e superficialità, un attento e preciso organizzatore, rispettoso dei comandi che gli venivano dati, una persona che non si chiedeva mai il perchè, non indagava la realtà.”
VUOL DIRE :
DISCUTERE DI ARGOMENTI TANTO GENERALI E ASTRATTI E’ UTILE PER CAPIRE MOLTE COSE CHE SUCCEDONO. HAI PRESENTE LA CURIOSITA’ ? CHIEDERCI COME VIVIAMO NOI E GLI ALTRI AIUTA A CAPIRE LE DIFFERENZE. L’INTELLIGENZA CI PERMETTE DI CAPIRE COSA CI PIACE E COSA NO.
UNA TIPA CHE STUDIAVA TANTO HA SEGUITO IL PROCESSO DI UN UOMO CHE DOVEVA ESSERE QUASI L’ANTICRISTO MA INVECE, CON SUA SORPRESA, HA SCOPERTO CHE LUI ERA NORMALISSIMO ANZI ,LO SCRIVE LEI, A TRATTI BUONO E ANCHE UMANO SOLO NON GLIENE FREGAVA UN BEL NIENTE DEL MONDO, DI COME ERA FATTO E DI CONSEGUENZA DI TUTTO IL RESTO.
Questo è un atteggiamento comune, di per sè non ha nulla di sbagliato, ma alcune volte, convogliato da pensieri che legittimano i peggiori istinti dell’uomo, diventa pericoloso. Ad esempio: quando non si ha nulla da obiettare nel momento in cui un uomo disinfetta i treni dove stanno sedute persone di colore, quando una persona parla di un pluriomicida come di eroe. Oltretutto provoca come effetto l’incapacità di tollerare la discussione di altri così che non si distingue più tra un bassissimo scambio opinioni (dettate appunto da curiosità) ed un discorso politico, o si provoca per il piacere dello scontro.
VUOL DIRE CHE :
QUESTO MODO DI COMPORTARSI NON è SBAGLIATO E NESSUNA AZIONE MODERNA è PARAGONABILE AI CRIMINI DI QUELLA PERSONA, MA SE UNA PERSONA COSì POCO CURIOSA SI IMBATTE IN BRUTTI PENSIERI ( COME IL RAZZISMO O COSE SIMILI ) E NON è ABITUATA A FARE L’ESERCIZIO DI PRIMA COMMETTE CATTIVE AZIONI. QUESTE CATTIVE AZIONI NON LE FA PER CATTIVERIA MA PERCHè NON SI DOMANDA COSA POSSONO VOLER DIRE. INOLTRE SI DIVENTA TESTARDI E NON SI VUOLE ASCOLTARE NESSUNO PERCHè NON INTERESSA. QUESTE PERSONE OSSERVANO I FATTI E NON SI INTERROGANO SUL PERCHè, MA CERCANO SOLUZIONI VELOCI E FRETTOLOSE: SUPERFICIALI E MEDIOCRI APPUNTO. NON SOLO, QUANDO SI IMBATTONO IN QUALCUNO CHE PENSA A COSE ASTRATTE SI INNERVOSISCONO E SI SENTONO IN DOVERE DI RIPRENDERLI PERCHè GLI DA’ MOLTO FASTIDIO CHE SI PARLI IN MANIERA APPROFONDITA DI COSE CHE PER LORO SONO COSì SEMPLICI
Carissimo Alessandro, credo che esistano momenti in cui parlare, intromettersi, polemizzare, discutere e anche litigare e momenti in cui invece è meglio, se non si ha nulla da dire, tacere.
QUESTO MI SEMBRA CHIARO
Così, per la cronaca, la riflessione sull’universalità dei valori è frutto di una serata di piacevole discussione con un amico che vota lega e si discuteva del velo come simbolo di costrizione della donna.
VUOL DIRE :
NON CE L’HO CON UN PARTITO NE’ CON UN’ IDEOLOGIA MA CON UN ATTEGGIAMENTO MOLTO COMUNE E L’HO DESCRITTO COSì COME QUELLA TIPA TANTO IMPORTANTE L’HA DESCRITTO. E NON L’HO FATTO COSì PERCHè NON AVEVO NULLA DA FARE MA PER RISPONDERE ALLA TUA DOMANDA SUL PERCHè ESISTONO PERSONE CHE SI CHIEDONO CERTE COSE . INOLTRE VOLEVO FARTI NOTARE COME LA DISCUSSIONE GENERALE PRENDA ANCHE QUESTIONI MOLTO PRATICHE CHE CREDO TI STIANO A CUORE
SPERO SIA STATO CHIARO E CHE ORA TU VOGLIA ENTRARE NEL VIVO DELLA DISCUSSIONE SU L’UNIVERSALITA’ DEI VALORI E SULLA BASE DELLA GIUSTIZIA FACENDOMI FARE UNA BRUTTISSIMA FIGURA SMENTENDOMI SUL FATTO CHE TU NON ABBIA NULLA DA DIRE.
UN CARISSIMO SALUTO
DAVIDE
Ivan Says:
22 Aprile 2008 at 19:37.
@ Davide ed Alessandro: scusate se mi intrometto solo ora ma stavo seguendo l’andamento dei commenti. Lo scopo di questo blog non è quello di dare una interpretazione o soluzione assoluta ad un problema, ma quello di favorire uno scambio di opinioni e di idee anche diverse e contrapposte che possano arricchire sia chi scrive sul blog sia coloro che sono interessati all’argomento e vogliono approfondire la questione navigando sul sito. In questo senso sono convinto che Alessandro ha sicuramente una idea sulla pena di morte e mi piacerebbe conoscerla.
Personalmente sono contrario alla pena di morte anche se (sarebbe inutile negarlo) di fronte a taluni ed efferati delitti (penso a omicidi, stupri, pedofilia etc) l’impulso immediato sarebbe quello di perseguire la pena che non da possibilità di appello: quella capitale.
In realtà sono convinto che la pena di morte sia inutile per alcune ragioni che qui elenco:
1) negli stati democratici in cui è applicata non è un deterrente
2) è molto più importante garantire la certezza della pena, soprattutto per reati gravi
3) è fondamentale fare in modo che chi riceve l’ergastolo si trovi a pagare le proprie colpe giorno dopo giorno con un regime carcerario “duro” (come per reati mafiosi).
Secondo voi è più efficace far scontare l’intero ergastolo ad un omicida (senza qualsivoglia sconto di pena, agevolazione e in regime di carcere duro) oppure arrogare allo stato il diritto di togliere la vita, applicando così la pena di morte?

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