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L’Associazione Culturale La Fucina ringrazia tutti i partecipanti all’aperitivo di ieri sera, in particolare il Comune di Cagno (che ha patrocinato l’evento) e l’architetto Donadini per la chiara esposizione del progetto INTERREG che ha visto protagonista il nostro territorio.
Posted 2 years, 5 months ago at 12:37. Add a comment
L’Associazione vi invita all’Aperitivo Culturale che si terrà sabato 29 marzo 2008 alle ore 18.00 presso il Bar Lune Di Notte di Cagno.
Tema dell’incontro:
Tutela e fruizione del contado del Seprio, un progetto INTERREG IIIA
Relazione e presentazione multimediale
A cura dell’Arch. Fabrizio Donadini
- L’INTERREG III
L’INTERREG III è un programma sovvenzionato dall’Unione Europa che si pone l’obiettivo di facilitare la cooperazione tra gli stati membri nelle zone di confine, di impedire che i confini nazionali divengano di ostacolo allo sviluppo equilibrato e armonioso e all’integrazione del territorio europeo. In forza di questi scopi il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale finanzia e cofinanzia progetti che prevedano la collaborazione transfrontaliera fra enti di diverse nazionalità che si pongano come obiettivo il raggiungimento di una maggiore integrazione territoriale,culturale, sociale o commerciale.
- INTERREG III A ITALIA-SVIZZERA, Tutela e fruizione del contado del Seprio
Gli enti che prendono parte al progetto sono: COMUNE DI VALMOREA (Capofila per l’Italia) COMUNE DI STABIO (Capofila per la Svizzera) COMUNI DI BIZZARONE, CAGNO, CARNAGO, CARONNO VARESINO, CASTELSEPRIO, CASTIGLIONE OLONA, COLDRERIO, GAZZADA SCHIANNO, GENESTRERIO, GORNATE OLONA, LOZZA, MALNATE, MORAZZONE, NOVAZZANO, RODERO, RONAGO, SOLBIATE, UGGIATE TREVANO. Questi comuni sono uniti dal condiviso progetto di creare un percorso di fruizione per mettere a sistema, conservare e valorizzare l’enorme patrimonio culturale, naturalistico, storico e architettonico presente nella zona del contado del Seprio, ovvero di una zona di grande importanza nella storia della Lombardia, una zona unita culturalmente e geograficamente ma separata dai confini politici fra Italia e Confederazione Elvetica.
Posted 2 years, 5 months ago at 13:36. Add a comment
L’Associazione Culturale La Fucina augura a tutti voi una serena Pasqua.

Posted 2 years, 5 months ago at 12:03. 1 comment
Ho ricevuto da diverse persone che conosco numerose segnalazioni riguardo il complesso edilizio in costruzione lungo la Lomazzo-Bizzarone, nel comune di Faloppio, poco prima della rotonda per Albiolo. Si tratta in particolare della nuova sede del Consorzio Agrario e della nuova area industriale del Comune di Faloppio (a quanto sono riuscito a capire).
Che dire? Penso sia sotto l’occhio di tutti l’impatto generato dal nuovo insediamento su di un area piuttosto estesa ancora “verde”.
In particolare mi ha colpito lo sfogo di un nostro lettore che pubblico di seguito:
“Il problema che vi sottopongo, penso che non sia passato inosservato da nessuno.
Sulla Lomazzo-Bizzarone, strada provinciale definita “ad alto scorrimento”, è in fase di realizzazione uno dei più assurdi piani di lottizzazione della storia contemporanea dei nostri piccoli e ancora dignitosi paesi, nel territorio di Faloppio al confine con Albiolo.
Come si può notare dalle foto satellitari in allegato (che trovate pubblicate sotto, in rosso tratteggiato l’area interessata – ndr -), l’ubicazione degli edifici in costruzione è estremamente illogica, dato che si va ad intaccare un polmone di verde in buona parte palustre con una sua naturale funzione idrogeologica e un suo microabitat di valore come corridoio ecologico, situato all’interno di una cortina di comuni: Valmorea, Albiolo, Olgiate, Faloppio, Uggiate T. e Bizzarone.
Io chiedo! Continue Reading…
Posted 2 years, 5 months ago at 16:09. 41 comments
Vorrei portare all’attenzione dei lettori del nostro blog un interessante articolo scritto da Sergio Zabot (Settore Energia della Provincia di Milano) per E-Gazette (http://www.e-gazette.it)
Un rinnovato dibattito sta emergendo sul potenziale dell’energia nucleare per mitigare le emissioni di gas serra, in particolare di anidride carbonica. La tesi centrale pro-nucleare è che le centrali nucleari non emettono CO2 e, quindi, il ricorso massiccio al nucleare ci consente di contrastare il cambiamento climatico.
In realtà, solo le operazioni nel reattore sono “carbon free” ovvero senza emissioni di CO2. Tutte le altre operazioni della filiera del combustibile – estrazione dalle miniere, frantumazione e macinazione, fabbricazione del combustibile, arricchimento e gestione delle scorie – necessitano di parecchio combustibile fossile e quindi emettono CO2.
Senza entrare nel merito delle operazioni di decommissioning e di trasporto e riprocessamento del combustibile esausto, che necessitano di un’analisi a parte, in questo breve scritto mi focalizzo solo sull’aspetto delle emissioni di CO2 dovute alla produzione del combustibile nucleare.
Queste emissioni sono state quantificate ormai da molti ricercatori indipendenti dall’industria nucleare. I primi lavori sono stati pubblicati da Nigel Mortimer, (1) fino a poco tempo fa capo unità delle ricerche sulle risorse presso l’università Hallam di Sheffield in Gran Bretagna. Nel 2000 uno studio molto dettagliato è stato condotto da Joe Willem Storm Van Leeuwen, (2) docente dell’Università di Groningen, in Olanda e Philip Smith, fisico nucleare in Olanda.
Questi studi rivelano che le emissioni di CO2 dipendono fondamentalmente dalla concentrazione di Ossido di Uranio (U3O8 – detto anche “yellowcake”) nel minerale estratto. Se consideriamo il minerale “high grade” con un minimo di 0,1% di ossido di uranio, da ogni tonnellata di minerale grezzo si ricava un kg di ossido di uranio. Se prendiamo in esame il più diffuso “low grade”, ossia con concentrazioni non inferiori allo 0,01% di ossido di uranio, per ottenere un kg di yellocake occorre trattare 10 tonnellate di minerale.
Se poi consideriamo che nello “yellocake” la concentrazione di Uranio fissile (235) rispetto l’Uranio naturale (238) è intorno allo 0,5% e che per alimentare i comuni reattori di potenza nel mondo occorre operare un processo di arricchimento che porti l’isotopo fissile 235 tra il 3% e il 5%, Van Leeuwen e Smith hanno calcolato che il consumo di energia fossile per questi processi di fabbricazione è così grande che le quantità di CO2 emessa è comparabile con quella emessa da un equivalente ciclo combinato alimentato a gas naturale.
Secondo D. T. Spreng, (3) (Net-Energy Analysis, 1988) la Richiesta di energia per la vita operativa di un reattore ad acqua pressurizzata (PWR) da 1000 MWe che produce 200.000.000 MWh è di 5 Milioni di tep di energia fossile, dei quali 4 Mtep sono consacrati alle fasi di estrazione del minerale, macinatura, conversione, arricchimento e produzione del combustibile. Ciò significa che ogni 1.000 kWh prodotti occorre spendere 200 kWh di idrocarburi con le relative emissioni inquinanti e climalteranti.
Occorre rilevare poi che le quantità conosciute di riserve di uranio con “grado” superiore allo 0,01% sono molto limitate e che la maggior parte delle risorse sono “low grade”. Con il contributo attuale alla produzione elettrica mondiale di circa il 16%, le riserve di “high grade uranium ores” possono durare pochi decenni con prezzi sempre più crescenti. Non dimentichiamo che negli ultimi anni il prezzo dello “yellowcake” è sestuplicato, passando dai 20 $ per libbra nel 2000 a 120 $ per libbra nel 2007.
La quantità di CO2 che viene emessa nel processo di lavorazione dell’uranio è quindi considerevole e le analisi dettagliate sono ancora limitate. Sebbene queste analisi siano fondamentali per poter condurre un dibattito serio sul “ritorno al nucleare”, esse non vengono mai menzionate. Un altro aspetto critico nel processo di produzione di uranio è la grande quantità di acqua necessaria, anche questo sempre taciuto. Ma questo merita un approfondimento a parte.
(1) Mortimer,N 1991,’Nuclear power and global warming ‘,Energy Policy 19:76-8,Jan-Feb.
(2) Van Leeuwen,Jan Willem Storm and Smith,Philip 2005,Can nuclear power provide energy for the uture; should it solve the CO2-emission problem? www.stormsmith.nl
(3) http://italy2.peacelink.org/mosaico/docs/1923.rtf
per la contabilità del ciclo di produzione dell’uranio, vedi anche:
Sustainability Aspects of Uranium Mining : Towards Accurate Accounting ?
Gavin M Mudd, Mark Diesendorf
http://nzsses.auckland.ac.nz/conference/2007/papers/MUDD-Uranium-Mining.pdf
Posted 2 years, 5 months ago at 15:44. 6 comments
Tutti avranno visto alla tv l’immagine di Napoli sommersa dai rifiuti, strade che cambiano di senso perché ostruite, cittadini sconsolati che cercano di fare un minimo di ordine (la pulizia è ormai impossibile) roghi, scuole che chiudono, proteste. Ebbene qui non si vuole discutere del perché, del percome, delle proteste e delle discariche ma si vuole far notare come quell’immagine abbia un valore paradigmatico, forse profetico per le sorti di tutto il paese. Non a caso, nonostante gli affannati distinguo di taluni, quell’immagine quasi rappresenta tutta l’Italia all’estero, nostro nuovo biglietto da visita dopo la pizza e la p38. Lungi dall’essere una “semplice” crisi di raccolta dei rifiuti (virgolettato perché una crisi non è mai semplice, però quella di Napoli è, eufemisticamente, meno semplice di tutte le altre) semplice crisi di raccolta rifiuti come lo fu la crisi dei rifiuti a Milano, no. Napoli sommersa dai rifiuti rappresenta la fine di un mondo, la fine di un’era, il fallimento di un modo di pensare. Napoli era la città che estremizzava al massimo grado alcune caratteristiche dell’italiano medio: la furbizia, l’inventiva, il sapersi arrangiare, l’indifferenza verso le leggi, il saper sopravvivere in ogni situazione. Napoli, nell’immaginario collettivo, è la città di quelli che se la cavano sempre in un modo o nell’altro, è la città che da quando è stata fondata convive, e combatte, con il Vesuvio e in cui, incredibilmente, finora ha sempre vinto la città nonostante ormai costruisse case sulla bocca del vulcano. Scascia diceva che tutti i nodi vengono al pettine, ammesso che il pettine ci sia. Ecco, questo aforisma ci spiega perché Napoli è paradigmatica, perché dimostra che un pettine c’è sempre. E prima o poi arriva. Ed ecco anche perché sopra dicevo che, oltre a essere paradigmatica, è anche un’immagina profetica: l’Italia nel suo complesso ha dei problemi enormi: altissimo debito pubblico, precariato, sicurezza, salari, bassa crescita, burocratizzazione… e si potrebbe continuare a lungo. Certo abbiamo anche dei meriti, grandissimi meriti, basti ricordare che il tessuto di piccole medie imprese del Nord Italia è invidiato e ammirato in tutto il mondo ma teniamo i piedi per terra, e ricordiamo che basta un nodo per fermare il pettine. Sganciarci dalle alte sfere dello stato non serve a tranquillizzarci: anche il territorio ha i suoi problemi, manca di programmazione tanto per dirne una E qualunque persona di buon senso dovrebbe rabbrividire quando sente dire che bisogna costruire un nuovo quartiere per risanare un prato Forse è il caso di cominciare seriamente a parlare dei problemi del paese perché Napoli ci avverte: il pettine c’è e sta arrivando, come a dire: la ricreazione sta finendo.
Posted 2 years, 6 months ago at 10:51. Add a comment