Recensione: Il Deserto dei Tartari
giovedì, gennaio 31st, 2008Perché fare una recensione di un libro già recensito da, probabilmente, altri migliaia di recensori? Tralasciando possibili citazioni e pedisseque ripetizioni, semplicemente perchè ci son libri che hanno molto da dire e, realisticamente, libri che non hanno nulla da dire. Il Deserto dei Tartari di Dino Buzzati appartiene, ma già si capisce, alle prima categoria. La trama in breve: un giovane soldato viene mandato in una lontana fortezza, deve vigilare il deserto. In un tempo lontano, mitico forse, la fortezza era una parte importante della difesa del paese. quando Drogo la raggiunge tuttavia è un posto surreale, popolato da soldati desiderosi di andarsene oppure ossessivamente legati all’idea di dover attendere fino all’arrivo dei nemici, arrivo che viene dato per certo proprio per giustificare un’attesa che, altrimenti, sarebbe detta inutile. A poco a poco anche Drogo viene attirato in questa spirale, in questa ragnatela di pensieri ed emozioni, questa attesa per un nemico che, forse, non arriverà mai e, a poco a poco, Drogo dimentica affetti famigliari, amicizie, promesse di matrimonio. Forse una grande metafora della vita che scorre, spesso sentiamo Drogo dire: “ho solo vent’anni” “sono molto giovani, posso aspettare…” e frasi che sentiamo molto spesso in bocca a giovani ragazzi, frasi assolutamente normali ma che in Drogo (e in molti ragazzi) hanno qualcosa di strano, di inquietante, come fossero un campanello d’allarme di quello che accadrà nel libro (nella vita?) di come, pensando di avere tutta la vita davanti, Drogo la sprecherà nella vana attesa della gloria e anche la vita militare ha il suo significato: il dipanarsi del tempo fra rituali precisi, nella monotonia della ripetizione, nel solito tran tran di svegliarsi, vestirsi, fare la guardia sottomessi a una rigida legge che, terribilmente, porterà un soldato a sparare a un suo stesso commilitone, è un po’ come la vita moderna, alienante. Ma il Deserto dei Tartari non è solo un lento scorrere della vita verso il nulla: il fine esiste: il nemico da combattere, il nemico tanto atteso, compare; Drogo tuttavia ha atteso lo stesso per nulla. La sua fine è quasi paradossale, ironica: ammalatosi verrà mandato via dalla fortezza per far posto alle truppe di rinforzo che stanno affluendo verso l’avamposto militare. Fine, anche questa, molto significativa.


Mirko B. says:
gennaio 31st, 2008
16:27
Aggiungo una curiosità: sembra che il titolo originario dell’opera fosse in realtà “La fortezza”, titolo che fu cambiato, sembra su consiglio delle autorità fasciste visti gli eventi bellici incombenti, nel meno militaristico “Il Deserto dei Tartari” …
Secondo me poi il tempo lontano, mitico, può essere comunque identificato negli ultimi anni dell’Impero Asburgico..atmosfere crepuscolari, fine che si avvicina…anche nella versione cinematografica mi sembra ci si riferisca alle bandiere giallo-nere degli Asburgo. Comunque è vero, nel libro c’è mai un riferimento diretto ad un anno preciso e neppure ad una epoca determinata
lucio says:
gennaio 31st, 2008
17:22
Molto interessante la similitudine con l’Austria-Ungheria che, infatti, è sempre stato assimilata al crepuscolo, l’utlimo grande stato del passato. Del resto nel libro non c’è mai un riferimento a chicchesia, si sà solo di una città, di un regno e della fortezza quindi penso che ognuno possa vederci quello che più gli sembra. Piace molto anche a me comunque, soprattutto immaginando come la Fortezza bastiani come una sorta di forte delle vecchie idee preromantiche, e l’avanzata dei Tartari come l’improvviso giungere delle nuove idee. Rapido e inaspettato, però forse ci porta un po’ fuori strada;-)
Mirko B. says:
gennaio 31st, 2008
17:31
Bella anche questa tua analisi Lucio